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Rewind<< 50 anni di Fender in Italia

Percorso espositivo



La mostra

"Questa mostra propone delle suggestioni legate agli ultimi cinquant'anni di storia italiana, non una loro ricostruzione. Grazie a Fender le chitarre diventano fulcro di un percorso più ampio all'interno del quale si incrociano, a tempo di rock, miti, stili di viti, ideali" spiega Luca Beatrice, curatore della mostra.

Fender è uno di quei marchi che fa pensare immediatamente alla musica rock. È uno stile di vita, un segno di riconoscimento, uno strumento dall’inconfondibile design: Fender è infatti la "rock guitar" per eccellenza.
Pur parlando la lingua angloamericana, Fender da cinquant’anni si è affermata anche in Italia. È il 1962 quando M. Casale Bauer comincia la distribuzione di questo leggendario strumento. E non a caso, si parla dello stesso anno in cui il r’n’r "sbarca" nel Bel Paese, simbolo della nuova classe sociale dei giovani, che si rincorrerà di generazione in generazione.

Tre anni fa il Museo della Musica di Bologna ospitò Love Me Fender, mostra-omaggio al mito di questa fantastica chitarra attraverso le opere di diversi artisti contemporanei chiamati a dialogare con la musica rock. Ecco oggi la seconda tappa di un viaggio che, ancora una volta, unisce suoni e visioni, musica e immagini: Rewind. 50 anni di Fender in Italia analizza l’ultimo mezzo secolo di cultura musicale e visiva italiana. Uno sguardo in retrospettiva, come quando si avvolge il nastro delle vecchie audiocassette che fino a non troppo tempo fa costituivano il supporto ideale della musica in viaggio, che si tuffa nel presente e ipotizza scenari futuri. Un panorama peraltro straordinariamente ricco e complesso, dove gli stili si sono rincorsi intrecciandosi tra loro, dal rock al pop, dal melodico all’"alternative", dalla dance all’hip hop.
Rewind. 50 anni di Fender in Italia è una mostra che mette ancora una volta a confronto il mondo dell’arte con quello della musica e si snoda su almeno tre livelli di lettura.

Il punto di partenza consiste nelle Fender customizzate e reinterpretate da ventuno artisti italiani e internazionali chiamati a dare una loro lettura del mito. Gli stili e i linguaggi adoperati sono molto diversi, dalla pittura figurativa all’arte concettuale, dall’oggetto all’installazione, dalla street painting alla sound art.
In mostra gli italiani Dario Arcidiacono, Alessandro Baronciani, Emanuele Becheri, Carlo Benvenuto, Davide Bertocchi, Valerio Berruti, Cuoghi Corsello, Marica Fasoli, Matteo Fato, FranKo B, Anna Galtarossa, Enrico Ghinato, Ugo Nespolo, KayOne, Giorgio Ortona, The Bounty Killart. Spicca la presenza di artisti internazionali quali Anthony Ausgang, nato a Trinidad e Tobago ma californiano d'adozione, l'inglese Chris Gilmour, l'argentino Daniel Gonzalez, Hubertus Von Hohenlohe, che vive e lavora a Vienna, il tedesco Hermann Pitz.

 
 
Nelle sale storiche del Museo della Musica queste inedite Fender d’autore dialogano, in un allestimento ricco di spunti e memoria, con gli elementi visivi e scenografici di una microstoria della musica italiana, che parte dall’inizio degli anni ’60 e arriva a oggi, senza seguire un ordine cronologico ma stilistico, a conferma del fatto che i fenomeni tendono a rincorrersi e riproporsi cambiando di segno.
Avremo così il Rock degli inizi di Adriano Celentano e dei seguaci di Elvis (Bobby Solo, Little Tony) e quello contemporaneo, di Vasco e Ligabue, dei Litfiba e degli Afterhours, ma anche il rock che si incontra con il pop nelle canzoni degli Stadio o di Cesare Cremonini; le "voci" dei grandi interpreti italiani, da Gianni Morandi a Tiziano Ferro, da Mina a Laura Pausini; la lunga tradizione del pop melodico che parte da Claudio Baglioni e giunge fino a Biagio Antonacci; una serie di fenomeni alternativi, il Beat (dal Piper alla contestazione del ’68), la psichedelia e il pop sinfonico (gli Area e i Pooh) l’indie rock, sia quelli duri e puri, sia quelli che incrociano il mainstream e il pop commerciale; largo spazio viene dato alla canzone d’autore, dalla prima scuola di Genova (Paoli, Tenco, Lauzi, Bindi) a quella di Milano (con Gaber), da Roma alla "via Emilia" di Guccini, Dalla, Carboni, Ron fino ai giovani Dente e Vasco Brondi; senza dimenticare le culture giovanili, capaci di trasformarsi in fenomeni di moda e di massa, come la dance, l’electropop, il rap e l’hip-hop.

La storia degli ultimi cinquanta anni è infine ripercorsa attraverso la fotografia, con una serie di scatti di Guido Harari, Efrem Raimondi, Caterina Farassino e Paolo Proserpio, a disegnare una sorta di italica time line che parte appunto dal 1962, debutto di Fender in Italia.

 
 

Virgin Radio @ rewind

Virgin Radio è un caso unico nella storia della radiofonia italiana: è l’unica radio che fa del rock il proprio stile di vita. “Style Rock”: questo infatti il suo claim. Musica e stile che insieme rappresentano l’attitudine degli oltre due milioni di ascoltatori (per l’esattezza 2.350.000!), che in soli cinque anni hanno fatto diventare Virgin Radio una delle emittenti più ascoltate in Italia, davanti a molti canali con un’esperienza più consolidata alle spalle.
Virgin Radio è stata, fin dall’inizio (12 luglio 2007), un progetto unico e originale, completamente inedito per gli ascoltatori italiani che ogni giorno scoprono sulle sue frequenze musicisti e band che non avevano mai ascoltato. Perché Virgin Radio vive al centro del rock: solo sulle sue frequenze si può riconoscere il profumo di Londra, New York, Los Angeles, Manchester, le indiscusse capitali del rock.
E’ da questo mondo che Virgin Radio trae la propria linfa vitale ed è di questi artisti che si nutre: ha supportato, tra le tante, le anteprime dell'ultimo album dei Garbage, di Slash, dei Litfiba, i tour italiani di Bruce Springsteen, Soundgarden, Metallica, Negrita, Noel Gallagher’s High Flying Birds ed è la radio ufficiale di importantissimi eventi musicali come il Gods of Metal e l’Heineken Jammin’ Festival.
Proprio per questa sua attitudine, Virgin Radio è stata scelta da Luca Beatrice e da Patrizia Bauer come radio ufficiale della mostra dedicata ai 50 anni di Fender in Italia.
All’interno del Museo verrà diffusa una specialissima colonna sonora selezionata ad hoc dai programmatori musicali dell’emittente.
Ma non è tutto! Attraverso un contest on-line su virginradio.it verrà offerta a tutti l’incredibile opportunità di aggiudicarsi premi firmati Fender insieme a biglietti di ingresso, cataloghi e merchandising della mostra.




Da Leo a Larry: i presidenti della Fender

di Patrizia Bauer e Giorgio Masetti Zannini
(presidente e vice presidente M. Casale Bauer)

È il 1962, e mentre quattro ragazzi di Liverpool cambieranno per sempre il modo di fare musica, in Italia atterra il rock and roll e con lui le chitarre Fender.
La storia racconta di un incontro alla Musik Messe di Francoforte, la più importante fiera commerciale del settore, tra Don Randall, il genio commerciale dell’azienda californiana, partner di Leo Fender, e Giovanni Bauer, fondatore di M.Casale Bauer, simpatizzano immediatamente, parlano di musica, di come far arrivare in Italia le più "rock" tra le chitarre americane.
Proprio a Bologna, in un magazzino non lontano da strada Maggiore dove ha sede il Museo della Musica, Giovanni Bauer carica alcune Fender sulla sua Porsche e comincia a girare l’Italia per farle conoscere, per venderle. "Non piacciono", ricorda i commenti dei negozianti sulla forma strana del corpo di questa chitarra, e lui stesso nutriva qualche perplessità, "sembra un fantasma". Ne vende una a Roma e una a Napoli, non un gran successo.
Ma il cambio di passo è nell’aria. Alcuni musicisti, decisamente dei pionieri per l’epoca, imbracciano una Jaguar e girano in tournée l’Italia. La chitarra elettrica Fender comincia a piacere a chi è alla ricerca di nuove sonorità. Sono gli anni Sessanta, gli anni del boom economico, si lavora alacremente, anche di sabato, ma appena c’è un momento libero scatta l’ora per il divertimento. Soprattutto nasce un nuovo pubblico di giovani: la rivoluzione sta arrivando.




Il tuo bacio è come un Rock: 50 anni di Fender e di musica italiana

di Luca Beatrice
(curatore della mostra)

Era facile mettere su un complessino beat in quegli anni, non c’erano ancora i virtuosi, gli specialisti dei lunghi assoli, l’uso dei mille effetti per chitarra. Una Fender di accompagnamento, una solista, un basso e una batteria... (Gianluca Morozzi, L’Emilia o la dura legge della musica, 2006)

Irresistibile il materiale. Troppo forte la tentazione. E così diversi intellettuali, politici, scrittori non riescono a trattenersi: prima o poi sveleranno la loro insana passione per la musica italiana. Quella con cui siamo cresciuti, canticchiandola sotto la doccia o intonandola in coro durante la gita scolastica, ci siamo innamorati e delusi, ricordando un disco per l’estate o un festival di Sanremo, un concerto o una fotografia della giovinezza.
E’ vero, la nostra generazione, quella dei nati negli anni Sessanta, figlia del baby boom e del primo benessere economico, si è nutrita quasi esclusivamente di rock and roll angloamericano, decisivo soprattutto nella scelta degli stili di vita da perseguire, rincorrere e adottare. Però la musica italiana, con le sue melodie, la propensione all’armonia, l’applicazione letterale del meccanismo prima strofa-seconda strofa-ritornello-terza strofa-ritornello si lega molto più intimamente all’esistenza privata di ciascuno di noi. Non c’è bisogno di avere posseduto tutti i dischi, “basta aver vissuto in Italia e avere un paio d’orecchie, e si assorbono certe canzoni per osmosi” scrive acutamente Gianluca Morozzi.
Sarà forse questo il motivo per cui tanti professionisti di successo vi si sono cimentati, scrivendo libri densi di ricordi che inevitabilmente partono dalla memoria particolare di ciascuno per assumere i tratti della memoria collettiva e condivisa. A cominciare dalle bellissime pagine di Edmondo Berselli in "Canzoni", quasi un testamento di un intellettuale fuori dagli schemi che amava il beat rivoluzionario arrivato un attimo prima del ’68, il calcio e le parole dei cantautori; oppure "La musica è leggera" di Luigi Manconi, attivista politico, profondo conoscitore dell’italica canzonetta (e non solo); per continuare con i numerosi testi di Gianni Borgna, già assessore alla cultura del Comune di Roma, autore tra l’altro di una dettagliata "Storia del festival di Sanremo". E finire, almeno per il momento, con Gianluca Morozzi e i suoi romanzi di fiction, come "Despero" che tratta l’inevitabile fondazione di una rock band di provincia, che ognuno di noi ha avuto la tentazione di farne una, almeno una volta nella vita.
Ma la colpa originaria va ancora una volta ascritta a un inglese, che almeno nella musica i britannici sono la Nazione Prima: è stato Nick Hornby, fanatico di dischi a 33 giri come delle imprese pallonare dell’Arsenal (il connubio canzoni-partite andrebbe sviscerato seriamente, una volta per tutte, sempre Morozzi “tutte le cose della vita si possono spiegare con il calcio, i fumetti e il rock”) a lanciare la mania delle playlist, ben prima che il fenomeno del download decretasse la crisi dell’unità di misura del vecchio LP. Ognuno di noi ha l’album, la canzone d’amore, il riff di chitarra (Fender of course), l’assolo di batteria, il testo preferito, ed è talmente una questione di gusto personale che è impossibile mantenere il distacco critico. Questo testo quindi sarà scritto in prima persona e rispecchia le opinioni del firmatario, contravvenendo alle regole della buona saggistica, dove i gusti personali, per quanto discutibili, mai si sovrappongono all’impianto teorico.
Due osservazioni preliminari si rendono necessarie. La prima: nella musica in generale, e quella italiana non fa eccezione, raramente un genere finisce il proprio corso ma si modifica con il tempo assumendo questo o quel carattere nuovo. Ciò vale per il rock come per il melodico, per la dance mixatasi con l’elettronica, e gli stessi cantautori di oggi, che hanno contratto debiti con i loro nonni degli anni Sessanta, sempre più spesso si incontrano con il pop o con il rap.
La seconda, questa più precipuamente italiana. Alto e basso / mainstream e indie / pop e rock / canzone d’autore e musica leggera si mescolano in un continuum di cui è impossibile riconoscere i confini. E anzi, più la fusione si articola, più raggiunge risultati insperati e sorprendenti. Se nel mondo angloamericano il rock mostra uno specifico molto definito e preciso, in Italia, complice la lingua dolce, avvolgente e melodica, da mezzo secolo si è verificato ciò che accade anche nel cinema o nelle migliori serie tv: genere e autorialità, quando danno il meglio di sé, sono di fatto la stessa cosa.



Fender e Bologna: 50 anni di passione

di Alberto Ronchi
(assessore alla Cultura del Comune di Bologna)

La Mostra "Rewind - 50 anni di Fender in Italia", a cura di Luca Beatrice, in programma al Museo della Musica di Bologna dal 16 novembre 2012 al 3 febbraio 2013, è un lungo viaggio affascinante attraverso la cultura rock nel nostro paese.
Il marchio Fender rappresenta nel mondo la capacità tecnica di accompagnare e supportare tutte le evoluzioni stilistiche che la musica giovanile ha elaborato fino a condizionare fortemente l’immaginario e la cultura di tutto il mondo.
Dall’elettrificazione del western swing di Bill Carson, con l’elaborazione della mitica Stratocaster, passando attraverso l’era del rock and roll e quella del blues metropolitano di Chicago,alle rivoluzioni degli anni 60 rappresentate dalla creatività di musicisti come Bob Dylan e Jimi Hendrix, fino all’essenzialità stilistica di The Edge (U2) e di Johnny Marr (The Smiths).
Naturalmente anche l’Italia, come ben testimoniato dalla mostra, gioca un suo ruolo sia pure in un ambito più locale. Così dall’ormai mitico incontro, datato 1962, tra Giovanni Bauer, Leo Fender e Don Randall alla Fiera di Francoforte, il marchio Fender accompagna l’evoluzione della musica italiana dall’era delle "voci romantiche e orchestra" all’affermazione del beat, dello stimato progressive italiano, dei cantautori e del rock demenziale, fino al successo rock di Vasco Rossi.
"Rewind – 50 anni di Fender in Italia" rappresenta quindi un’occasione unica, non soltanto per gli appassionati, ma per tutto il pubblico attento, di conoscere e apprezzare un ambito essenziale della nostra cultura.